Anno nuovo, promesse nuove? Speriamo di sì!

I negoziati tra Unione Europea e Mercosur nascono alla fine degli anni ’90: il Consiglio dell’UE definì le linee guida nel 1999 e i colloqui iniziarono concretamente intorno al 2000, con l’ambizione di creare una partnership ampia, non solo commerciale.

Nel corso degli anni 2000, il processo perse slancio a causa di resistenze interne da entrambe le parti, soprattutto per questioni agricole (come la carne bovina) e per divergenze politiche. Nel 2016 i negoziati hanno ripreso vigore (anche per via di un mondo sempre più protezionista e di una corsa globale alle catene di approvvigionamento e agli accordi strategici) e il 29 giugno 2019 le parti hanno annunciato la conclusione della negoziazione del “pilastro commerciale” (il cuore tariffario dell’accordo).

Dopo più di 25 anni, cosa succederà adesso?

Cosa pensa il Brasile?

Per il Brasile, l’accordo tende a essere positivo per tre ragioni molto concrete:

  • Accesso ampliato a un mercato con elevato potere d’acquisto
  • Riduzione delle barriere per vendere prodotti e servizi a maggior valore aggiunto
  • Maggiore prevedibilità per attrarre investimenti e tecnologia nelle catene produttive strategiche.

Dal punto di vista del governo brasiliano, dal 2023 l’argomento centrale è l’“equilibrio”: negoziare un risultato che preservi gli interessi nazionali legati allo sviluppo industriale, alla sostenibilità e allo spazio per politiche pubbliche in aree strategiche come sanità e innovazione.

Nel dicembre 2024, il governo brasiliano ha divulgato stime d’impatto che indicano un potenziale aumento delle esportazioni brasiliane verso l’UE in diversi settori, con una crescita prevista nell’agricoltura, nei servizi e soprattutto nella manifattura, un punto importante perché rafforza la narrativa secondo cui il Brasile non vuole essere soltanto esportatore di commodities, ma anche di industria e servizi.

Chi è contrario o critico in Brasile? Vi sono critiche ricorrenti da parte di alcuni settori industriali che temono la concorrenza europea in segmenti sensibili; gruppi socio-ambientali che chiedono garanzie più forti e meccanismi di applicazione effettiva, soprattutto sul tema della deforestazione, e attori che vedono rischi di asimmetrie regolatorie e produttive nel breve periodo.

Allo stesso tempo, l’accordo “migliorato” annunciato il 6 dicembre 2024 ha introdotto ulteriori impegni di sostenibilità (come l’inclusione dell’Accordo di Parigi come elemento essenziale e riferimenti al contenimento della deforestazione), contribuendo a rispondere ad alcune preoccupazioni ambientali e migliorando il “segnale” internazionale del Brasile.

Dal punto di vista sociale, l’effetto più importante è creare condizioni favorevoli alla qualificazione della forza lavoro e alla modernizzazione dell’industria: quando i mercati si aprono con prevedibilità, le imprese tendono a investire maggiormente in produttività, standard, certificazioni e tecnologia, e questo può tradursi in posti di lavoro più qualificati e catene produttive più solide.

C’è poi un elemento geopolitico rilevante: in un mondo caratterizzato da dispute commerciali e dalla riconfigurazione dei blocchi economici, il Brasile acquisisce maggiore margine diversificando i propri partner e riducendo le dipendenze.

Qual è la posizione dell’Italia?

La posizione italiana, storicamente, è stata più pragmatica che ideologica: l’Italia tende a vedere valore nell’apertura dei mercati per l’export dei beni industriali e del “Made in Italy”, ma sempre con attenzione al settore agricolo e alle pressioni interne del comparto rurale. Nel dicembre 2024, il ministro Antonio Tajani ha riassunto bene questa linea: favorevole all’accordo, ma chiedendo correzioni e salvaguardie per le parti agricole. Nel settembre 2025, lo stesso Tajani è tornato a difendere l’accordo come un passo importante per diversificare e rafforzare le esportazioni verso un mercato grande e storicamente connesso all’Italia.

Dal lato imprenditoriale, Confindustria ha spinto per accelerare gli accordi commerciali e per l’implementazione dell’accordo UE–Mercosur come mossa strategica per l’industria italiana. Allo stesso tempo, la resistenza italiana si concentra soprattutto sul rischio percepito per agricoltori e allevatori, in linea con le più ampie preoccupazioni europee.

E quali sarebbero i maggiori benefici per l’Italia e le sue imprese? La risposta si trova nei capitoli industriali e nelle tariffe oggi elevate nel Mercosur. La Commissione Europea stima che la rimozione di tali tariffe permetterebbe agli esportatori europei di risparmiare oltre 4 miliardi di euro all’anno in costi doganali, e segnala dazi elevati in settori come componentistica auto e automobili, macchinari, chimica e farmaceutica, esattamente gli ambiti in cui l’Italia è molto competitiva.

Inoltre, l’accordo migliora le procedure doganali, amplia le opportunità negli appalti pubblici e rafforza la protezione delle indicazioni geografiche europee, un aspetto estremamente rilevante per l’agroalimentare italiano (il “valore simbolico ed economico” del Made in Italy).

In sintesi, per l’Italia l’accordo rappresenta una potenziale leva di esportazione e di posizionamento strategico, a condizione che il Paese riesca a conciliare questo vantaggio industriale con meccanismi chiari di protezione ed equilibrio per il settore agricolo. Ed è proprio qui che oggi si concentra il confronto politico.

Speriamo quindi che questo nuovo anno, il 2026, ci conduca a una firma condivisa e tanto attesa tra l’Unione Europea e il Mercosur, affinché si possa far crescere e rafforzare ancora di più il forte legame industriale tra Italia e Brasile, due Paesi che non vedono l’ora di riavvicinarsi ancora una volta, e ancora di più!

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