Chi studiava economia o lavorava nel mercato italiano tra il 2005 e il 2015 conosce bene quanti libri, manuali, eventi, incontri e lezioni siano stati dedicati al tema dell’internazionalizzazione.
Dopo vent’anni di globalizzazione, tra gli anni ’80 e ’90, periodo che per le aziende italiane ha significato nuove e grandi opportunità di crescita, i primi anni 2000 hanno iniziato a presentare alcune difficoltà. In parte a causa dell’ingresso nell’euro, in parte perché, dopo 20 anni di espansione continua, un rallentamento era quasi fisiologico.
Le aziende italiane che avevano esplorato i mercati esteri si sono trovate davanti a concorrenti molto più forti, prezzi difficili da competere e grandi multinazionali che avevano già saturato molti mercati. Ed è stato proprio in quel periodo che nasceva una nuova potenza economica globale, che “apriva il proprio mercato” e avrebbe dominato l’economia mondiale nei successivi 25 anni: la Cina.
Per questo, le strategie dovevano cambiare. Esportare non bastava più, o almeno non bastava più allo stesso modo. Delocalizzare divenne un’opzione. E internazionalizzarsi, molto spesso, l’unica strategia vincente.
Il mercato interno italiano attraversava momenti difficili, aggravati dalla crisi economica esplosa negli Stati Uniti e rapidamente trasformata, in Europa, nella crisi del debito pubblico, e l’Italia, come sappiamo, ne soffrì profondamente.
Così, internazionalizzarsi non era più una scelta, ma l’unica ancora di salvezza.
E, per un popolo abituato a muoversi e fare impresa nel mondo, forte di qualità, prodotti iconici, creatività, capacità commerciale e adattamento, non è stato facile. Ma, come quasi sempre accade, ha funzionato.
Internazionalizzarsi è diventato un processo standard per le PMI italiane che volevano crescere.
Ora, però, è il turno del Brasile. E gli imprenditori brasiliani avranno lo stesso successo? Probabilmente sì, soprattutto se si affideranno a chi ha già percorso questa strada: gli italiani.
🇧🇷 Cosa sta succedendo in Brasile?
Il mercato brasiliano è considerato immenso e, per molti anni, ancora carente di tecnologia propria, competitività e innovazione industriale.
Tuttavia, negli ultimi anni, soprattutto nello Stato di San Paolo, ma non solo, il mercato interno ha iniziato a pretendere di più, meglio, più velocemente.
E ciò che 10 anni fa erano solo piccole produzioni nazionali, oggi è diventato gigantesco:
- Nubank e Gympass sono diventati unicorni
- Oakberry è diventato un fenomeno globale del food
- Bauducco si è trasformata in una potenza internazionale
Il Brasile, per la prima volta nella sua storia economica, inizia a diventare piccolo per le proprie aziende. È arrivato il momento, anche per loro, di internazionalizzarsi.
E l’attuale scenario gioca totalmente a favore: cambiamenti geopolitici, nuove rotte di consumo e maggiore apertura dei mercati. Il tema è già entrato nelle università, nei congressi, nel dibattito economico.
👉 🇮🇹 Perché iniziare dall’Italia?
Se le aziende brasiliane vogliono crescere, devono trovare mercati che abbiano “fame di Brasile”. E pochi Paesi al mondo amano il Brasile quanto l’Italia: dal caffè all’açaí, dalla moda al design con materie prime brasiliane, qui tutto affascina.
Ed è per questo che, negli ultimi due anni, le missioni istituzionali e imprenditoriali tra Italia e Brasile sono esplose in numero e rilevanza.
Il Brasile sta iniziando a uscire dall’America Latina, a riconoscere la propria forza, a cercare il mondo. Questo è un grande momento per le aziende verde-oro e l’Italia è pronta ad accogliere, sostenere e costruire nuove alleanze per il futuro.
Cari brasiliani, vi stiamo aspettando.L’ITALIA È QUI !
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